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8 marzo

Alla vigilia dell’8 marzo escono puntuali statistiche, dati e numeri che raccontano il ritardo strutturale dell’Italia sul terreno dell’uguaglianza di genere. Questi dati fotografano la situazione italiana in modo perfetto ma non vanno alla radice delle cause. Ovvero di quel sottobosco culturale di tipo patriarcale che ancora attraversa la nostra società.

E finché questa realtà resta immutata, anche i numeri continueranno a raccontare sempre lo stesso squilibrio: meno lavoro per le donne, più carico di cura sulle loro spalle, meno autonomia economica.

Un piccolo esempio. Nove uomini su dieci ritengono che un padre che può permettersi di prendere il congedo per occuparsi dei figli sia “fortunato”. Non è percepito come un diritto normale, o come una responsabilità familiare condivisa. È considerato un’eccezione alla normalità.

E le ripercussioni di questo modello culturale sull’occupazione femminile sono tangibili e drammatiche.

In Italia, infatti, essere madri significa spesso rinunciare al lavoro. Tale fenomeno è confermato dai dati. Dopo il parto, solo il 53,9 per cento delle donne tra i venticinque e i quarantanove anni ha un lavoro, contro il 73,9 per cento di quelle senza figli. E solo il 43,6 per cento delle donne occupate tra i diciotto e i quarantanove anni continua a lavorare dopo la maternità.

Ed è proprio a partire da questi dati che appare evidente quanto sia grave la scelta della destra di respingere la nostra proposta sul congedo parentale. Una scelta che è figlia di una mentalità che purtroppo nel Paese, nonostante i molti passi avanti che sono stai fatti in questi anni, è ancora predominante.

Sul congedo parentale, il confronto con altri Paesi europei è impietoso e mostra chiaramente quanto l’Italia sia indietro.

In Spagna sono previste sedici settimane per la madre e sedici per il padre con indennizzo pari al 100 per cento della retribuzione. In Svezia sono previsti quattrocentottanta giorni complessivi di congedo, di cui sessanta riservati alla madre e sessanta al padre, retribuiti dallo Stato all’80 per cento dello stipendio. In Norvegia il congedo può arrivare a quarantasei settimane al 100 per cento del salario oppure a cinquantasei settimane all’80 per cento. Sono più avanti rispetto all’Italia anche Danimarca, Germania, Francia e altri Paesi europei che negli anni hanno rafforzato strumenti e politiche per una reale condivisione tra donne e uomini.

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Il rilancio dell'Unione europea

A livello europeo è stata la settimana di Mario Draghi ed Enrico Letta, che nei loro interventi di fronte ai leader europei hanno invocato l’urgenza e la necessità di agire immediatamente per il rilancio dell’Unione.

Draghi ha insistito nuovamente sul tema degli investimenti e ha sollecitato l’Unione Europea a intervenire per abbassare i prezzi dell’energia, oltre che ad intervenire sul proprio processo decisionale, ancora troppo debole è inefficace rispetto al contesto internazionale.

Letta ha proposto un vero e proprio Piano operativo di rilancio europeo: il "One Market Act", un atto di mercato unico, basato su tre punti verticali: energia, connettività e mercati finanziari, uniti a tre fattori abilitanti di tipo orizzontale: libera circolazione di dati e la ricerca, un regime giuridico europeo unico per le imprese innovative e nuove misure per rafforzare la dimensione sociale e territoriale del mercato unico. Quest’ultimo punto ha l’ambizioso obiettivo di rendere la mobilità una scelta e non una necessità. Letto ha spiegato che questi tre punti verticali e orizzontali, che compongono una matrice, possono diventare la base per rilanciare l'integrazione interna dell'Unione Europea per rendere l'Europa più forte ed efficace.

Agire in fretta dunque diventa fondamentale, soprattutto in una fase critica a livello internazionale come questo. Il Corriere Della Sera, citando una fonte, ha riferito che Draghi avrebbe messo in luce che «da quando è stato presentato il rapporto sulla competitività, il contesto economico si è deteriorato».

Purtroppo, al momento l’agenda dei lavori è in grave ritardo rispetto a questi obiettivi. E il mercato unico, che sarebbe la migliore risposta possibile dell’Europa a Trump, è ancora distante. Ma i due interventi di Mario Draghi ed Enrico letta hanno avuto il merito di aver messo i leader europei davanti alla realtà dei fatti. Perché come hanno detto i due ex Premier, l’Europa continua a indebolirsi e il tempo per reagire sta per scadere.

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Quando la disuguaglianza erode la democrazia

Il nuovo rapporto di Oxfam dipinge un’Italia sempre più polarizzata. Tra il 2010 e il 2025, il 91% dell’aumento della ricchezza nazionale è finito nelle mani del 5% più ricco delle famiglie italiane, mentre alla metà più povera è rimasta solo una quota marginale. Questa concentrazione mina la mobilità sociale, indebolisce i meccanismi democratici e rende strutturali le diseguaglianze territoriali e sociali.

Il caso italiano presenta caratteristiche inaccettabili: la ricchezza dei miliardari è cresciuta di 54,6 miliardi di euro in un anno e il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre otto volte la ricchezza della metà più povera. Nei prossimi dieci anni Oxfam descrive un sistema fiscale che tutela i privilegi e riduce la mobilità sociale, rafforzando una società che definisce «ereditocratica».

Anche sul fronte dei redditi e del lavoro, il quadro è allarmante: la disuguaglianza è in aumento, giovani e donne restano intrappolati nella precarietà, e il potere d’acquisto dei salari contrattuali è sceso di oltre sette punti dal 2019 al 2024. La mancanza di un salario minimo legale e di una politica industriale orientata alla qualità del lavoro peggiora il problema del lavoro povero.

La situazione purtroppo, non migliorerà nel futuro. Questo governo di destra ha scelto di tutelare chi è già avvantaggiato e di ignorare le emergenze sociali. Non ci sono riforme fiscali progressive, non c’è volontà di redistribuire la ricchezza, non ci sono strumenti efficaci per ridurre la povertà. Il risultato è un’Italia più ingiusta, più fragile e meno competitiva.

Come Partito Democratico, chiediamo un cambio di rotta urgente: misure universali contro la povertà, salario minimo legale, rafforzamento della contrattazione collettiva e una riforma fiscale davvero progressiva, con imposta sui grandi patrimoni e sulle successioni. La politica deve tornare a servire chi lavora, non chi eredita privilegi. Solo così si può ridare futuro, dignità e prospettive alla maggioranza dei cittadini italiani, troppo spesso lasciata indietro.

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La Lombardia non è più la locomotiva d’Italia

Le nuove previsioni economiche per il 2026 delineano un quadro ormai evidente: la Lombardia non è più la locomotiva d’Italia. Secondo il Primo Focus 2026 di CNA Lombardia, il PIL regionale crescerà appena dello 0,7%, un ritmo insufficiente per un territorio che storicamente ha rappresentato il motore economico del Paese.

Sul fronte degli investimenti, dopo un 2025 legato prevalentemente al completamento delle opere PNRR, nel 2026 si attende una nuova frenata: +0,7%, contro il +2,4% del 2025. Un rallentamento che riflette la fine degli incentivi europei e, soprattutto, l’assenza di una strategia industriale nazionale capace di sostenere innovazione, transizione energetica e competitività.

La dinamica dei consumi resta debole (+0,7%), compressa da un’inflazione cumulata che dal 2021 supera il +16% e da aumenti che colpiscono pesantemente famiglie e imprese: energia e casa +38,6%, alimentare +22,2%. Numeri che fotografano l’impatto di scelte politiche inefficaci sul contenimento dei prezzi e sulla tutela del potere d’acquisto. Preoccupa anche la contrazione del credito: dal 2021 i prestiti alle imprese lombarde sono diminuiti del 3,5%, con picchi drammatici per le piccole imprese (-23,8%).

Anche le recenti stime della Banca d’Italia confermano questi numeri. L'economia della Lombardia è cresciuta solo dello 0,5 per cento nella media del primo semestre del 2025. La domanda interna si è mantenuta debole e gli ordini sono aumentati soprattutto per le richieste provenienti dai mercati esteri. Senza gli investimenti collegati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e alle Olimpiadi invernali Milano Cortina, la situazione sarebbe ben peggiore.

I dati di Cna e Banca d’Italia confermano le difficoltà delle attività produttive a programmare investimenti e innovazione, in un contesto di tassi ancora alti e di assenza di politiche attive mirate. Il quadro è netto: tessuto imprenditoriale in flessione in quasi tutte le province, con l’artigianato in caduta continua. L’Export che resta stabile ma meno reattivo rispetto al passato, frenato da tensioni commerciali e dall’incertezza geopolitica. Occupazione in crescita, ma che rimane concentrata in settori a basso valore aggiunto.

Di fronte a questi segnali, il governo continua a limitarsi a slogan, senza mettere in campo né riforme strutturali né misure anticicliche capaci di sostenere le imprese, difendere i salari e rilanciare la competitività regionale.

Il Partito Democratico propone da tempo una strategia diversa: una politica industriale orientata a innovazione, green economy e digitalizzazione; un utilizzo più efficace dei fondi europei e misure per sostenere redditi, consumi e qualità del lavoro; un accesso al credito più equo che sia realmente a favore di micro e piccole imprese, che rappresentano oltre il 90% del tessuto produttivo lombardo.

Perché la Lombardia torni davvero a essere un motore di crescita, serve una visione che oggi manca completamente nelle scelte del governo.

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Legge di bilancio: un aggiornamento sullo stato dei lavori

Con il maxi-emendamento che di fatto riscrive la legge di bilancio, il governo smentisce se stesso e ammette davanti al Paese che la manovra che aveva presentato non reggeva. È esattamente ciò che tutte le opposizioni, a partire dal Partito Democratico, denunciavano fin dal primo giorno. Perchè dopo settimane di proclami, in Parlamento è arrivata una manovra misera, priva di visione e senza programmazione, che ora la maggioranza sta provando a modificare attraverso un rattoppo.

Si tratta di un intervento dell’ultima ora che riscrive un pezzo centrale della manovra e certifica, ancora una volta, il caos in cui si dibatte la maggioranza di Governo e, con essa, l’intero impianto della legge di bilancio. Ancora più grave è la scelta di fondo: per coprire questo maxi-rimaneggiamento, il Governo ha deciso di scaricare i costi sui pensionati italiani.

Invece di costruire un’operazione trasparente e strutturale sulle entrate e sugli investimenti, sceglie di irrigidisce ulteriormente l’accesso alla pensione anticipata. Non solo aumenta progressivamente la finestra di uscita, costringendo lavoratrici e lavoratori ad attendere fino a sei mesi dopo aver maturato tutti i contributi necessari, ma alza anche i requisiti legati all’aspettativa di vita, aggiungendo mesi di lavoro nel 2027 e nel 2028. In altre parole, si resta al lavoro più a lungo e si riceve la pensione più tardi. Un doppio colpo che pesa sulle spalle di chi ha lavorato una vita.

Nel testo restano ovviamente tutti i problemi aperti e irrisolti, dalle misure vessatorie contro i professionisti ai nuovi aggravi fiscali per famiglie e consumatori. L’altra novità è la sconfitta politica del Governo sul Ponte sullo Stretto, che viene definanziato, certificando l’irresponsabilità di una maggioranza che si dimostra incapace di programmare, pronta a tagliare solo quando è costretta a prendere atto del fallimento delle proprie scelte.

In sintesi: da parte della destra una gestione imbarazzante, fatta di propaganda, confusione e improvvisazione che il Partito Democratico continuerà a contrastare con proposte concrete. Noi continuiamo a proporre un’altra strada: investimenti veri su lavoro, imprese e transizione ecologica, misure per sostenere salari e pensioni, risorse per la sanità pubblica, per gli enti locali e per i territori. Tutto il contrario rispetto al caos della maggioranza che ci governa.

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