Italia, ultima per crescita e prima per debito pubblico
L’Italia continua ad essere il fanalino di coda dell’Europa. I numeri diffusi ieri da Bruxelles raccontano e confermano ancora una volta l’assenza di una strategia economica del governo.
Il quadro che emerge per l’Italia è sempre più preoccupante: crescita tra le più basse in Europa, inflazione che continua a comprimere i redditi reali e un numero crescente di cittadini a rischio povertà o esclusione sociale.
Per l’Ue le previsioni di crescita per i prossimi anni restano deboli (attorno a livelli ben inferiori alla media europea), mentre si stima che circa 12 milioni di italiani non riescano ad arrivare serenamente a fine mese. Un dato che dovrebbe interrogare chi governa il Paese.
Il punto non è solo congiunturale. È strutturale. Non si intravede una vera politica industriale, né una strategia capace di sostenere produttività, salari e innovazione. Si procede per interventi frammentati, senza una visione di medio-lungo periodo, mentre il Paese continua a perdere terreno rispetto ai principali partner europei.
Nel frattempo la crescita resta debole e inferiore alla media Ue, il potere d’acquisto delle famiglie è sotto pressione e la povertà assoluta e relativa non arretra.
È il segnale di un Paese che non sta affrontando i nodi fondamentali: salari bassi, scarsa produttività, investimenti insufficienti e un mercato del lavoro ancora troppo fragile. Serve un cambio di impostazione.
Il Partito Democratico insiste da tempo su alcune priorità chiare: rafforzamento dei salari e contrattazione di qualità, una politica industriale europea e nazionale orientata alla transizione e all’innovazione, investimenti pubblici e privati stabili, non intermittenti.
Senza una strategia economica credibile, il rischio è quello di restare intrappolati in una stagnazione che colpisce soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi.
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