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Comuni, boom investimenti

Il Sole 24 Ore pubblica un’accurata analisi di Gianni Trovati sull’andamento della spesa e sulle dinamiche degli investimenti pubblici dei comuni italiani nel 2025.

L’articolo fotografa con estrema chiarezza una verità spesso sottovalutata: i Comuni sono l’unico presidio pubblico che investe davvero in questo Paese.

Nei primi sei mesi del 2025, secondo i dati elaborati da IFEL-Anci, i Comuni hanno effettuato pagamenti per investimenti pari a 9,09 miliardi di euro, in crescita del +9,15% rispetto allo stesso periodo del 2024. Le stime di fine anno indicano un traguardo da 20,9 miliardi, quasi un punto di PIL, con una crescita di 1,9 miliardi rispetto al 2024.

Si investe in scuole (+9,2%), strade (+5,7%), impianti sportivi (+6,9%) e in opere culturali, biblioteche, musei, teatri, riqualificazione urbana, su progetti che producono effetti diretti sull’economia reale.

I Comuni sono diventati il braccio operativo più efficiente del PNRR, ma vanno ben oltre: investono anche fuori dai confini del Piano, con fondi propri o strutturati in altri canali.

Questa vitalità, se da un lato rappresenta un aspetto molto positivo per la crescita del territorio, stride però con l’immobilismo dello Stato centrale, che nello stesso periodo ha ridotto la propria spesa per investimenti del -10,4%, mentre i Comuni l’hanno aumentata del +19,2% in termini reali negli ultimi cinque anni.

E stride ancora di più con le scelte del governo Meloni, che non ha solo mancato di sostenere gli enti locali, ma ha addirittura fatto cassa sui Comuni: tagliando trasferimenti agli enti locali e lasciando sole le amministrazioni locali nella gestione dei costi dei servizi pubblici fondamentali, dai centri estivi alla scuola dell’infanzia, fino al trasporto scolastico.

Da chi si professa paladino dell’autonomia, ci si sarebbe aspettati il contrario: un rafforzamento delle capacità finanziarie e amministrative degli enti locali, non certo tutta la serie di misure punitive contro i comuni che il governo ha messo in campo in questi quasi 3 anni.

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Effetto dazi sulla Lombardia

L’introduzione dei dazi statunitensi del 30% su numerosi prodotti europei rappresenta un colpo durissimo per l’economia italiana.

Secondo le stime di ReportAziende, basate su dati Istat ed Eurostat, l’effetto complessivo sull’occupazione potrebbe riguardare tra i 115.000 e i 145.000 lavoratori, con un impatto diretto sulle PMI esportatrici e sulle filiere agroindustriali integrate. Il 75% di questo impatto si concentrerà nel Nord Italia, colpendo il cuore produttivo del Paese.

In questo scenario, la Lombardia è tra le regioni più esposte. Secondo l’elaborazione le esportazioni lombarde verso gli Stati Uniti, nei comparti oggetto dei nuovi dazi, superano i 5 miliardi di euro all’anno.

Le conseguenze potrebbero coinvolgere tra i 30.000 e i 35.000 posti di lavoro, in particolare nelle province di Milano, Brescia, Mantova e Bergamo, dove si concentrano alcuni dei distretti industriali più internazionalizzati del Paese.

I settori a rischio – farmaceutica, meccanica, moda, agroalimentare – potrebbero perdere rapidamente competitività a vantaggio di produttori di Paesi terzi come India, Brasile e Canada. Le PMI meno strutturate potrebbero essere costrette a ridurre gli organici o sospendere le esportazioni. Il rischio è un effetto domino: calo dei margini, contrazione degli investimenti, perdita di competitività, aumento dei prezzi.

Oltre all’export, le conseguenze negative potrebbero riversarsi anche sul mercato interno: l’accumulo di prodotto invenduto e l’aumento dei costi di produzione per le imprese meno diversificate rischiano di generare un aumento dei prezzi al consumo fino al 10% nei settori colpiti, già dal primo trimestre del 2026.

E mentre tutto questo accade, il Governo Meloni tace. Nessuna iniziativa di diplomazia commerciale, nessuna misura concreta a sostegno delle filiere produttive. Un silenzio che rischia di trasformarsi in complicità. Il Partito Democratico chiede un'azione immediata presso la Commissione UE e l’attivazione di una trattativa con l’Amministrazione USA, incentivi alle imprese per la diversificazione dei mercati e un fondo di salvaguardia per le imprese e i lavoratori colpiti dai dazi.

Chiediamo al Governo una politica industriale e commerciale che difenda il valore aggiunto dei nostri prodotti. Ma la destra, che continua a proclamare la difesa del Made in Italy, di fronte a una minaccia reale e immediata come questa, è ancora immobile. Esiste perfino un Ministero dedicato al Made in Italy, ma a oggi non si vede alcuna azione concreta per tutelarlo davvero. Le parole non bastano più: servono politiche industriali, commerciali e diplomatiche all’altezza delle sfide.

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I dati su salari e ricchezza

Il 75% della ricchezza è in mano agli over 50. E i salari in Italia sono crollati del 7,5% rispetto al 2021.

Una ricerca condotta da Proof Society insieme al think tank Tortuga, che mette in luce dati molto allarmanti: in Italia, le possibilità di migliorare la propria condizione sociale rispetto a quella di partenza, si sono drasticamente ridotte. Il contesto in cui si nasce incide sempre di più nel determinare il proprio futuro, limitando le opportunità di mobilità sociale.

A livello tecnico, il dato più drammatico è quello patrimoniale: le generazioni under 40 possiedono appena il 18% della ricchezza complessiva. Chi ha più di 50 anni ne controlla il 75%. E questo divario rischia di ampliarsi ulteriormente nei prossimi vent’anni, spinto da fattori demografici e dall’assenza di una seria politica sulle successioni.

A questo si somma il calo reale dei salari: secondo l’OCSE, l’Italia ha registrato la peggiore performance tra i Paesi sviluppati. In Germania, Francia e Spagna i salari crescono. Da noi, scendono. E peggiora anche la capacità di comprendere concetti economici di base: solo il 35% degli italiani è in grado di fare semplici calcoli finanziari.

La destra al governo non solo ignora questi temi, ma spesso contribuisce ad aggravare le disuguaglianze con scelte sbagliate, interventi populisti o, in alcuni casi, smantellando misure di protezione rivolte alle fasce più fragili della popolazione.

Il Partito Democratico chiede da tempo una riforma fiscale redistributiva e una strategia per garantire salari dignitosi, a partire dall’approvazione della legge sul salario minimo legale.

Molte delle nostre proposte chiedono di investire di più sulla formazione e dí predisporre un grande piano per l’occupazione giovanile e sulla qualità del lavoro. Per cambiare le cose servono investimenti pubblici: sulla casa, sull’istruzione, sull’inclusione sociale, e una lotta seria all’evasione che consenta così di abbassare la pressione fiscale su lavoratori e imprese.

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ISTAT: prezzi al consumo

A giugno 2025 l’inflazione generale sale all’1,7%, secondo le stime preliminari dell’Istat diffuse ieri. Un dato che potrebbe sembrare fisiologico. Ma se si guarda al dettaglio, emergono ulteriori segnali del graduale ma costante deterioramento del potere d’acquisto per milioni di famiglie.

Il cosiddetto “carrello della spesa” – beni alimentari, per la cura della casa e della persona – accelera fino al +3,1%. E preoccupa anche l’inflazione di fondo, cioè quella che esclude le componenti più volatili come l’energia e gli alimentari freschi, che si attesta al +2,1%. In pratica, i rincari colpiscono i consumi più stabili e quotidiani.

Un’inflazione sostenuta su queste voci ha un effetto regressivo: pesa di più su chi ha redditi più bassi, perché i beni essenziali rappresentano una quota molto più elevata della loro spesa. È così che l’inflazione alimentare diventa una tassa occulta sulla povertà.

Eppure il governo resta fermo. Ad oggi non esiste nessun piano anti-inflazione. Non esistono meccanismi automatici di sostegno. Mentre si spendono miliardi in condoni e favori fiscali, si lascia che le famiglie paghino il conto.

Il Partito Democratico ha proposto un fondo di compensazione per l’inflazione, per proteggere i redditi medio-bassi e indicizzare parzialmente le detrazioni, il rafforzamento delle misure per il lavoro dipendente, a partire da una maggiore detassazione dei premi di produttività e un osservatorio permanente sui prezzi con strumenti di intervento rapido sui beni di prima necessità.

In tempi di instabilità, servono politiche pubbliche attive e giuste. Il silenzio del governo non è solo un errore economico, ma anche una scelta politica che colpisce i più deboli.A giugno 2025 l’inflazione generale sale all’1,7%, secondo le stime preliminari dell’Istat diffuse ieri.

Un dato che potrebbe sembrare fisiologico. Ma se si guarda al dettaglio, emergono ulteriori segnali del graduale ma costante deterioramento del potere d’acquisto per milioni di famiglie.

Il cosiddetto “carrello della spesa” – beni alimentari, per la cura della casa e della persona – accelera fino al +3,1%. E preoccupa anche l’inflazione di fondo, cioè quella che esclude le componenti più volatili come l’energia e gli alimentari freschi, che si attesta al +2,1%. In pratica, i rincari colpiscono i consumi più stabili e quotidiani.

Un’inflazione sostenuta su queste voci ha un effetto regressivo: pesa di più su chi ha redditi più bassi, perché i beni essenziali rappresentano una quota molto più elevata della loro spesa. È così che l’inflazione alimentare diventa una tassa occulta sulla povertà.

Eppure il governo resta fermo. Ad oggi non esiste nessun piano anti-inflazione. Non esistono meccanismi automatici di sostegno. Mentre si spendono miliardi in condoni e favori fiscali, si lascia che le famiglie paghino il conto.

Il Partito Democratico ha proposto un fondo di compensazione per l’inflazione, per proteggere i redditi medio-bassi e indicizzare parzialmente le detrazioni, il rafforzamento delle misure per il lavoro dipendente, a partire da una maggiore detassazione dei premi di produttività e un osservatorio permanente sui prezzi con strumenti di intervento rapido sui beni di prima necessità.

In tempi di instabilità, servono politiche pubbliche attive e giuste. Il silenzio del governo non è solo un errore economico, ma anche una scelta politica che colpisce i più deboli.

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Rapporto sulla politica di bilancio 2025

Il Rapporto sulla politica di bilancio dell’Ufficio parlamentare di bilancio, che è stato presentato, stride con la narrazione propagandistica del governo Meloni. Dietro gli annunci trionfalistici, i dati raccontano un’altra storia: quella di un Paese in grande difficoltà, in cui i lavoratori continuano a pagare il prezzo più alto.

La riforma dell’Irpef, che avrebbe dovuto alleggerire il carico fiscale, si sta rivelando per molti una beffa. Secondo l’UPB, a causa dell’inflazione e dell’inasprimento del fiscal drag, i lavoratori dipendenti verseranno 370 milioni di euro in più rispetto al sistema vigente nel 2022. È il paradosso di questa destra: con una mano promette di tagliare il cuneo fiscale, con l’altra si riprende tutto, erodendo i salari e indebolendo i consumi. Un sistema che, invece di sostenere il potere d’acquisto, lo svuota, in un momento in cui la crescita è già fragile.

Il quadro che emerge è infatti quello di un’economia rallentata. L’espansione moderata dell’attività economica sembra aver esaurito la spinta post-pandemica e le potenzialità di crescita appaiono modeste, a causa di fattori demografici sfavorevoli e di una produttività stagnante.

Anche sul fronte del PNRR, i segnali sono preoccupanti. A oggi, secondo i dati, è stato speso meno di un terzo delle risorse disponibili, con una forte concentrazione degli investimenti nella parte finale del Piano. Questo significa che la crescita attesa per il 2026 potrebbe slittare, e con essa la possibilità di imprimere un’accelerazione al sistema Paese.

In riferimento alle politiche di adattamento climatico, secondo l’UPB potrebbero ridurre di cinque volte l’impatto sulla finanza pubblica degli eventi climatici estremi, ma a patto di adottare politiche comuni europee per la neutralità carbonica entro il 2050. Anche qui, però, siamo ancora in attesa di un’assunzione di responsabilità da parte dell’esecutivo.

Sul piano fiscale, infine, il grande assente resta il contrasto all’evasione. L’Italia continua a registrare uno dei tassi più alti in Europa, nonostante le parole d’ordine sul rigore. L’UPB chiede una azione decisa, ma il governo continua a preferire condoni, sanatorie e scorciatoie, lasciando il peso del bilancio pubblico sulle spalle dei contribuenti onesti.

La destra il governo dovrebbe prendere atto che al momento non esiste nessun rilancio del paese e che senza un cambio di passo il rischio sia quello di una stagnazione prolungata. Non è più tempo di annunci: servono scelte politiche chiare, trasparenza nell’attuazione e una governance capace.

Come Partito Democratico noi continueremo a batterci nelle aule parlamentari e nel Paese per promuovere una politica fiscale equa, per una piena attuazione del PNRR e per un sistema economico che rimetta al centra la dignità dei lavoratori e la loro tutela, a partire dal tema dei salari, e chi produce e contribuisce ogni giorno alla crescita del Paese.

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